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Italiani pizza, mandolino e mafia? Cosa dicono di noi nel mondo

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Damiano Mattana

Inutile prendersela. Gli stereotipi culturali esistono ma riguardano una cultura in grado di esprimersi con forza. E di lasciare segni indelebili.

Più di dieci anni fa, durante una delle sue ospitate più importanti al Festival di Sanremo, Roberto Benigni fu chiamato all’esegesi dell’Inno di Mameli in Eurovisione. Consegnando al pubblico una frase piuttosto significativa, quando disse che in Italia “è nata prima la cultura e poi la Nazione”.

Eco di Milano

Affermazione che, a guardare la storia del nostro Paese, trova più di qualche riscontro. Basti guardare il Canone letterario occidentale di Harold Bloom, che include non solo Dante Alighieri (ritenuto un caposaldo della letteratura mondiale) ma cita anche altri autori del nostro Paese. Ma anche la storia delle esplorazioni geografiche che, pur nelle loro controversie, hanno visto protagonisti esploratori nati sul suolo del nostro Paese. Che pure non poteva essere considerato nazione nel vero senso della parola. Senza considerare le novità artistiche, culturali e politiche che interessarono il Medioevo e le prime fasi dell’età moderna, quando persino le altre lingue occidentali iniziarono a prendere in prestito termini dalla lingua italiana, soprattutto nell’ambito artistico. Un po’ come avviene oggi con i prestiti dalla lingua inglese.

Niente di strano che, per quanto esclusa a lungo dallo scacchiere geopolitico, l’Italia sia fra i Paesi più affascinanti e citati del mondo, con tanto di stereotipi annessi. Alcuni simpatici se vogliamo, altri decisamente poco pertinenti, se non offensivi. Fatto sta che questo avviene un po’ per tutti i popoli, “vittime” in qualche modo della generalizzazione delle masse su usi e costumi tipici. Diventati, nei secoli, una sorta di identificazione ridotta però troppo spesso a giudizio semplicistico. Basterebbe rifletterci un attimo per rendersi conto di quanto tali stereotipi siano noti e famosi. In parte dovuti anche alle etichette affibbiate nei periodi di immigrazione. Specie negli Stati Uniti, dove culture e popoli diversi si ritrovarono un secolo e mezzo fa a vivere porta a porta nelle stesse città.

Stereotipi sugli italiani all’estero: eccone alcuni tuttora “in voga”

Inutile dire che la gastronomia italiana sia fra le più apprezzate (se non la più apprezzata in assoluto) nel mondo. Per quanto ogni popolo custodisca gelosamente le proprie tradizioni culinarie, difficilmente si visiterà un Paese che, almeno in piccolo, non offra tentativi di riproduzione di pasta, pizza e altri prodotti tipicamente italiani. Chiaramente, nemmeno questa peculiarità (tutt’altro che disprezzata) è sfuggita al processo di creazione di uno stereotipo identificativo e utilizzato in termini persino dispregiativi. Ai migranti italiani in terra francese, ad esempio, si attribuì per lungo tempo l’etichetta “les macaronis” (“mangiatori di maccheroni”), che verrà poi adottata anche in terra americana. Un uso sprezzante che, fortunatamente, si è perso nei decenni. Anzi, gli stessi italiani hanno imparato a giocarci su, elaborando l’aggettivo “maccheronico” per indicare l’uso non propriamente fluente di una lingua.

L’eleganza

Uno stereotipo, quello del cibo, decisamente elaborato. E, per la verità, ogni attribuzione stereotipata ha la sua storia e le sue evoluzioni. Per farla semplice, agli italiani sono attribuite delle macchiette soprattutto nel campo delle arti. Ossia i campi in cui il nostro Paese, per tradizione, ha sempre ottenuto risultati di rilievo, in grado di influenzare la cultura occidentale in modo indelebile. Appare quindi strano (o forse no?) che tali aspetti siano utilizzati per accezioni perlopiù di scherno. Anche l’eleganza e la moda, per quanto propri in senso lato anche di altri popoli (come ad esempio i francesi), sono oggetto di stereotipizzazione. Lo stesso vale per le modalità di comunicazione che, per quanto l’italiano sia una lingua di per sé elegante e dotta, è spesso accompagnata dalla gesticolazione.

Lingua e voce

A proposito, anche la lingua stessa è considerabile come un tratto distintivo: non è raro trovare insegne all’estero che rechino parole italiane, anche le più semplici. Per non parlare del tono di voce. La giovialità e l’accoglienza tipiche del popolo italiano vengono ritenute lontane dall’etichetta e dalla formalità. Per questo, anche all’estero, il nostro modo di parlare viene ritenuto, per la maggior parte, un tratto identificativo. Persino l’aspetto fisico degli italiani viene considerato “etichettabile”. In particolare per gli uomini (“i mediterranei”), ritenuti particolarmente curati. Certo, in quanto “macchiette” attribuite da altri, non conviene prendersela troppo. Anche perché noi stessi, pur non volendo, potremmo fare lo stesso. È il prezzo della storia…

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Damiano Mattana

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